Stanzino.

Sarò franco con voi, come credo di esser sempre stato d’altronde.

Se c’è una cosa che odio, di quell’odio sottile che non è mai motivo di vanto ostentare, e che anzi mi stupirei se qualcuno isolasse l’argomento come materia di discorso fondamentale, sono le cosidette “domande ipotetiche a fini conoscitivi”.

“Ecchè sto quaqquaraqqua?”  Per dirla meglio, mi riferisco a tutti quegli intercalari iperbolici che ti mettono di fronte a immaginarie situazione al limite e attraverso la risposta che ad esse dai tracciano, al tuo interlocutore, una esile linea di ciò che è la tua persona, almeno in linea generale.

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Marcianietzsche, o come dal nulla si tiri fuori tutto.

Aversa, Gricignano-Teverola, Marcianise, Recale, Caserta.

La bellezza di prendere un treno regionale per arrivare da un capolinea all’altro è il fermarsi per pochi minuti in piccole stazioni di campagna, che di campagnolo han solo erbacce mezze morte e spesso altro non sono che spiazzi di marciapiedi tra due binari.

Non che sia qualcosa di davvero caratterizzante, e anzi il massimo del folklore locale che tu possa dire riguardo questi posti risiede in quelle 2-3 lettere grattate via dal cartello della destinazione che poi ogni fermata, raccolta mentalmente, diventa come parte di un cruciverba ancora da completare.
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Settevventi.

Conservo due biglietti, andata e ritorno, in bella vista sul mio comodino.

Son di quelli piccoli e bianchi, quelli che non fai alle stazioni centrali ma a quelle regionali o comunque periferiche, quelli che son così minuscoli che quando li vai a timbrare hai quasi paura che la macchinetta se li mangi.

O almeno a un fuorisede che prende quella leppa chilometrica di biglietto che è Roma Termini-Napoli Centrale così possono sembrare.

Tuttavia, non so perchè li conservo.

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Il punto zero.

Sono tornato.

E non fraintendetemi, non pretendo di dirlo così a caso e evitarmi la vostra seguente scarica di pomodori, scarpe, accette, rifiuti (LA GAG) e quanto voi riteniate opportuno lanciarmi addosso per un’assenza così prolungata.

Il fatto è che…sono tornato solo ora perchè effettivamente solo ora potevo tornare.

Perchè invero, miei cari vecchi amici ormai con la barba sfatta di 2-3 mesi e la puzza di muschio tutt’intorno, per quanto siano successe tante, tante, troppe di quelle cose di cui avrei potuto raccontarvi per spiegarvi come sempre il meaning of life, la mia voglia di prendere ciò che mi succede e convertirlo all’universale per le vostre menti assetate mancava, era completamente assente.

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Camaleonti su sfondo verde.

Una cosa che sto lentamente imparando grazie al blog è che lo scrivere in casa mi annoia.

…E giuro, non vi so davvero dire il perché.

Sarà che per quello che scrivo ho il costante bisogno di osservare, o per un bizzarro daimon greco che nel mio caso si palesa sotto le già citate forme di un anonimo cricetino nella sua ruota…non lo so.

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Il 15 è sempre stato il mio numero preferito.

First of all, buone feste. Direi, ma giusto per iniziare.

Che io parlo di “iniziare”, e ok, ma iniziare parlando del finire (dell’ anno, si intende) è…piuttosto paradossale e fuori dal concetto spazio/tempo, direi.

Cercherò comunque di tradurre gli strani simboli che in uno dei possibili futuri del genere umano questo paradosso va generando a sostituzione della scrittura in qualcosa di umanamente concepibile almeno dal punto di vista della lettura, perchè so che, nella comprensione, i miei pensieri presentano qualche difficoltà alle vostre fragili menti.

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