Stanzino.

Sarò franco con voi, come credo di esser sempre stato d’altronde.

Se c’è una cosa che odio, di quell’odio sottile che non è mai motivo di vanto ostentare, e che anzi mi stupirei se qualcuno isolasse l’argomento come materia di discorso fondamentale, sono le cosidette “domande ipotetiche a fini conoscitivi”.

“Ecchè sto quaqquaraqqua?”  Per dirla meglio, mi riferisco a tutti quegli intercalari iperbolici che ti mettono di fronte a immaginarie situazione al limite e attraverso la risposta che ad esse dai tracciano, al tuo interlocutore, una esile linea di ciò che è la tua persona, almeno in linea generale.

…e ancora non mi sono spiegato, vero? I paroloni fan paura a tutti e quindi va bene, parliamo come ho sempre fatto qui sopra: shallo, spiccio, per esempi, , come monossido di diidrogeno depurato, in modo potabile:

“Se dovessi passare la tua vita in un isola deserta, quali sono i 5 oggetti che porteresti con te?”

Che è una domanda banale, che penso tutti abbiano incrociato nella loro vita, che essa sia uscita dalla bocca di un amico, o che i nostri occhi l’abbiano anche solo brevemente incrociata su una pagina web.

E si pensa parecchio alla risposta da far seguire. Con una riflessività e uno scavo nel nostro cervello che forse, cara è sempre l’ironia, non si presenterebbe in modo così violento se dovessimo partire davvero per una sperduta isola nel Pacifico.

In realtà ciò che ci importa davvero della nostra risposta non è infatti cosa porteremmo davvero, ma quanto ciò che decidiamo di portare ci caratterizza e ci identifica.

Sputando 5 oggetti a casaccio, magari i primi che ci sono venuti in mente, sicuramente offriremo alla nostra lista un ottimo spunto per interpretare la nostra mente nel preciso momento, nell’ “adesso” in cui la nostra sentenza ha preso forma, con risultati imprecisi e in cui è improbabile riconoscersi a pieno dopo, come una foto sfocata di un soggetto perennemente in corsa.

Darebbe anche una brutta impressione riuscire a identificare solo 4 delle 5 cose richieste, ci porterebbe a dipingerci come persone forse noiose, troppo semplici, talmente tanto prive di sorprese da doversi anche sforzare a trovare 5 oggetti/lati di sè da mostrare al pubblico.

Insomma, è curioso valutare come tanto di noi passa attraverso queste sciocche domandine, frasi semplici che ricadono sotto interpretazione, che fanno da lieve coltre di nebbia al nostro sè che, in una sua visibilità completa, potrebbe generare imbarazzo o confusione.

Mettiamo che un soggetto X sia un grande appassionato di musica. Sente la “musica giusta” (se mi passate il termine), ha un grande cultura e apertura mentale sull’argomento, riesce a trovare dei lati degni di attenzione anche nella più bassa forma di semplicità su note e, in generale, può e potrà sempre garantirvi intrattenimento e interesse nel parlare con lui sull’argomento.

Ora, soggetto X, nel suo porsi agli altri, sfrutterà naturalmente questa sua caratteristica facendola emergere il più possibile, naturalmente nei momenti giusti e senza forzare la mano, al fine di far apparire la cosa come naturale.

Ma in che modalità può attuare ciò? Potrebbe semplicemente piazzare, tra una frase e l’altra, il fatto che lui è un appassionato di musica…ma suonerebbe quantomeno strano, o ridicolo. Suonerebbe molto meno X e molto più soggetto.

Sarebbe come gettare tra la folla una bomba senza filtri, seppur questa bomba altro non sia che una sua caratteristica pura, che magari per una gran parte forma e guida molte di tante altre sue particolarità.

Una così massiccia quantità di informazioni, tutta condensata in poche singole parole, produce come un effetto spaventoso, disorientante. Ed è lo stesso motivo per cui, dichiarandoci a qualcuno, un semplice “Ti amo” non basta.

O meglio, è si parte essenziale ma non regge mai da sola, e va accompagnata: che sia con una spiegazione dei propri sentimenti, o una forte azione di rottura (da un romantico bacio a un procreare irrequieto tra i prati), tutto ciò che segue o precede è solo per arginare l’esplosione del “Ti amo” e renderla accettabile.

Così come avrò bisogno di elencare tutta una serie di band da me venerate, di parlare dei dischi che ho consumato e narrare tutte le emozioni che ho provato in svariati concerti per far si che, nella collettività generale, io venga recepito come “appassionato” senza risultare disorientante o, e qui viene il punto, FINTO.

Perchè è questo che ci costringe a dover di fatto approcciare agli altri dal particolare al puro, e non viceversa. La garanzia da dare all’altro che ciò che stiamo raccontando di noi è vero, e che io corrispondo a quella verità.

Che io ti amo, e ti amo perchè A, B e C sono segni, indelebili e comprovati che il mio amore per te esiste, non è ricreato artificialmente, che puoi goderne senza paura alcuna.

E lungi da me dire quanto questo non sia un meccanismo di difesa utile se non assolutamente NECESSARIO.
Il mondo non è fatto solo di gente sincera, ma anche di un sacco di approfittatori laureati all’università dell’inganno e della truffa, e credetemi se vi dico che lo so fin troppo bene.

Il punto è che questi processi vivono loro stessi di minuscoli layer di finzione. Prendono una parte di noi, la incasellano in una situazione archetipa che possa ben sviscerarla, e la servono al pubblico. Meccanismo che quindi non solo svela come la falsificazione della personalità sia comunque possibile per un bravo attore, ma che di fatto limita FIN TROPPO la nostra esposizione agli altri.

Siam quindi disposti a dire che le nostre sigarette fanno di noi dei viziosi?
Che il nostro libro fa di noi degli intellettuali?
Che il nostro iPod fa di noi dei musicofili?
Che il nostro cibo e la nostra birra preferita fa di noi dei golosi e degli alcolisti?

No. Noi siamo tanto di più di quel che diciamo, siamo talmente tanto di più che un isola intera in cui portare i segni di noi stessi non è certo insufficiente, ma superflua si.

Non ci serve lo spazio incontaminato di un isola deserta e, a dirla tutta, non ci serve spazio. Siamo stanzini, siamo il caos di 1000 cose stipate che si staccano dalle pareti, che invadono lo spazio angusto e che sono impossibili da leggere singolarmente.

E della spiaggia rimane solo l’onda, un flusso travolgente e impreciso che possiamo chiamare, se vogliamo, viaggio verso l’altro.

 

-Notta.

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