Settevventi.

Conservo due biglietti, andata e ritorno, in bella vista sul mio comodino.

Son di quelli piccoli e bianchi, quelli che non fai alle stazioni centrali ma a quelle regionali o comunque periferiche, quelli che son così minuscoli che quando li vai a timbrare hai quasi paura che la macchinetta se li mangi.

O almeno a un fuorisede che prende quella leppa chilometrica di biglietto che è Roma Termini-Napoli Centrale così possono sembrare.

Tuttavia, non so perchè li conservo.

Non li ho davanti adesso, ma se la memoria non mi inganna devono essermi costati 3.60 €.

Ricordo che durante il viaggio di andata una ragazza russa sulla 30ina mi ha attaccato bottone per tutto il tragitto.

Mi ha raccontato della sua vita all’università, dei suoi sogni, delle sue aspirazioni, del suo sogno di diventare ballerina mai realizzato.

Qualche fermata dopo a farci compagnia nel tragitto si è unito un bel signorotto sulla 40ina che guardacaso si è rivelato essere maestro di ballo, e ho ben pensato di lasciare i piccioncini da soli, anche perchè mancava poco scendessi al capolinea se non prestavo attenzione alle fermate.

Ricordo che il ritorno è stato traumatico.

Il vecchio treno si impantanò sui binari in una stazione lontana anni luce da casa mia, e passai ore ad aspettare che lo riparassero.

Arrivai a Napoli Centrale che era mezzanotte passata, mi fermai al McDonald e prima del ritorno al casa assistetti a diversi agenti di polizia che braccavano un tizio palesemente ubriaco, che sbatteva ripetutamente sulle grandi porte a vetro di uno dei lati della grande stazione.

Si, ricordo anche ciò che ho fatto tra l’andata e il ritorno.

Ma ciò che posso aver fatto in quell’intervallo di tempo, non ha la minima importanza.

Qualunque cosa possa aver fatto, non ha avuto sviluppo. Perchè se in questo momento ripensando a quel giorno mi viene da pensare solo di improbabile storie d’amore sulle note di Čajkovskij o di evidente spreco delle forze dell’ordine negli orari notturni… e perchè io riesco a riconoscere quelle azioni come simboli di qualcosa.

Io riesco a immaginarmi quella donna, che mi pare si chiamasse Anastasia, tornare a casa e trovarsi il marito mezzo addormentato stravaccato sul divano a guardare uno strano programma sulla tv satellitare.

Niente di nuovo, è una scena che vede tutti i giorni, ma quel giorno è diverso. Quel giorno ha potuto rimembrare il suo passato grazie a un ragazzetto che non disdegnava due chiacchere, e che guardacaso si è ritrovato a prendere il suo stesso treno perchè quello precedente è stato soppresso.

Si è ritrovata a ricordare di quando da giovane suonava in una band, nel suo piccolo paese dove nulla c’era da fare se non prendere la Transiberiana e farsela 4-5 volte fino al capolinea solamente per trovare un po’ di calore durante un’inverno più gelido del solito.

Ha raccontato con dovizia di particolari di quando il primo giorno all’università di Medicina trovò un annuncio sulla bacheca della sua sede che dava appuntamento nella aula 5 a chiunque volesse trovare l’anima gemella.

Non trovò nulla del genere, solo altri 2 ragazzi che avevano anche loro visto l’annuncio interpretandolo però come scritto da una donna.

Si fecero grosse risate, continuarono a vedersi per qualche settimana, poi i corsi e gli esami li mangiarono vivi e ognuno continuò nella sua strada di sacrifici, spinti dalla forza che un giorno loro sarebbero stati medici, e avrebbero aiutato milioni di persone.

C’è chi c’è l’ha fatta, c’è chi no, c’è chi come lei trovava uno studio in centro città troppo stretto e ha preferito far la volontaria in Africa o in altri posti del genere.

E ora si trovava qui. Per anni aveva fatto ciò che amava, poi i primi acciacchi le han tolto la danza, l’amore le ha tolto la libertà e mille altre ragioni le han tolto quel che era la sua patria.

Ma me la immagino felice, la sera di quel giorno.

Felice perchè nelle ultime fermate del suo viaggio, col ragazzino ormai non più con lei, ha potuto parlare in minuti purtroppo fin troppo veloci dello Schiaccianoci, del Canto Del Cigno e della Sagra Della Primavera di Stravinskij, e ad ascoltarla c’era qualcuno che la guardava come se non avesse mai visto una donna così bella in vita sua, come se il senso della vista gli fosse passato a un livello successivo.

Forse si son scambiati i numeri di cellulari, forse si vedono ancora, forse ora sono amanti, questo non posso saperlo.

Ciò che credo di poter sapere è che Anastasia ha potuto concludere quel giorno sapendo che esiste una possibilità. E’ stata felice, e potrebbe esserlo di nuovo.

Ma tutto dipende da lei. E da come riesce a giocarci le chance che il caso le riserva.

E potrei quindi dire di far tesoro di ciò che Anastasia mi ha indirettamente insegnato ma…in verità non penso di aver mai avuto possibilità.

In verità mi sento molto più vicino a colui che è talmente sbronzo che solo l’intervento della polizia può riportarlo a casa prima che nuocia a sè stesso.

Potete giudicarlo come volete, ma è vero che qualcuno che si ritrova DA SOLO per strada a l’una di notte in uno stato talmente pietoso da non poter più badare a sè stesso…è un uomo che ha perso ogni possibilità.

Mi sento così pieno di strade possibili che diventa irrealizzabile che poi alla fine la via presa sia sempre quella giusta.

Sopratutto se presa una di quelle sbagliate non è poi detto che tra le biforcazioni secondarie ci sia ancora qualcuna che ti riporta sulla retta via.

Mi sento come se ogni azione che abbia compiuto in questi ultimi mesi sia andata a puttane nel momento esatto in cui semplicemente la strada ha scelto che così dovesse andare.

So che non posso tornare indietro, sento di dover continuare ad andare avanti, senza abbattermi, ma più scelgo un’altra via più il caso mi porta lontano da ciò che vorrei.

E tutto ciò che voglio riesco a vederlo solo nella vita degli altri, dei miei amici, degli amici dei miei amici, nelle facce che scorgo andando a seguire i corsi all’università o mentre aspetto alla fermata del bus.

E quindi guardo a me stesso, guardo la lontananza e la confusione della mia vita, e so con certezza che quella confusione sono io.

E penso che forse sarebbe tempo di pensare a me e smettere di vedere negli altri i miei desideri spezzati.

Come quello che in quel giorno, tra i pre e il durante che vi ho raccontato, sembrava essere sul punto di nascere, quello in cui ci stavo credendo così fortemente che mai mi sarei aspettato di ritrovarmi invece qui, adesso.

Con le schegge dei se conficcate nei palmi, e gli occhi chiusi, sul ciglio della strada.

Per ora, e non so per quanto, ho semplicemente deciso di fermarmi.

-Notta.

 

 

 

 

 

 

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