Il punto zero.

Sono tornato.

E non fraintendetemi, non pretendo di dirlo così a caso e evitarmi la vostra seguente scarica di pomodori, scarpe, accette, rifiuti (LA GAG) e quanto voi riteniate opportuno lanciarmi addosso per un’assenza così prolungata.

Il fatto è che…sono tornato solo ora perchè effettivamente solo ora potevo tornare.

Perchè invero, miei cari vecchi amici ormai con la barba sfatta di 2-3 mesi e la puzza di muschio tutt’intorno, per quanto siano successe tante, tante, troppe di quelle cose di cui avrei potuto raccontarvi per spiegarvi come sempre il meaning of life, la mia voglia di prendere ciò che mi succede e convertirlo all’universale per le vostre menti assetate mancava, era completamente assente.

E il perchè ve lo direi, davvero ma… non potete aspettarvi di riaprire il ripostiglio e non ritrovarvi stesi per terra con qualche ematoma, causato dall’impatto con la valanga di roba che ci avete depositato nel tempo.

E quindi ora eccomi qui, con la cassetta degli attrezzi mezza arrugginita che mi preme sul petto, le vecchie stampelle della nonna che mi tengono ferme le gambe e con in testa l’ultimo fotogramma di una scala di ferro massello che cadendo sembra puntare alla mia fronte.

Questo post è infatti solo il frutto di una mente stanca e moribonda che nella letizia dell’imbrunire si imprime nel tessuto tenue del mondo per lanciare un ultimo messaggio di solidarietà a tutte le nazioni del mondo.

E ora andate, e amatevi, abitanti del florido pianeta Terra.

Commozione cerebrale a parte, tempo al tempo quindi, per quanto la paura di non riuscire a raccontarvi tutto il regresso prima che il progresso venga e lo schiacci è tanta.

Tanta perchè da qui in poi la strada è solo in salita.

Mi sto trasferendo. 

Ebbene si, dopo 20 anni di vita napoletana, sto per resettare tutto e ripartire da zero, a Roma, con all’attendermi ben poco se non l’università, una manciata di amici e conoscenti e non poche crisi epilettiche responsabilità-based.

La paura fottuta di vivere da solo, rifarsi il letto, prepararsi da mangiare, gestirsi i soldi, imparare a fare la lavatrice, andare alle poste, pagare le bollette, lavorare per un cazzo di nulla e se proprio restano 5 minuti di tempo libero tagliarsi le vene in doccia qualche istante prima che ti stacchino l’acqua per gli arretrati, insomma.

…non che la mia situazione sia davvero così, anzi, vi racconterò sicuramente della mia rediviva vita romana ma il punto è che, anche se lo fosse…non mi farebbe così paura. Questo no. Sul serio.

Ciò che invece mi fa davvero dar di matto, che mi si combina dentro con dinamiche simili alla paura ma che riconosco non come uguali….è il maledetto punto zero.

“Ma cosa diamine è il punto zero Una nuova automobile ecosostenibile della FIAT?”

… E spiegone time sia, dunque

Un tempo, un uomo la cui più grande necessità nella vita potrà sembrare un analista, ma secondo il mio modesto parere è invece un anagrafe, ma di quelli bravi, con tanto di certificato rilasciato da La Settimana Enigmistica e tutto, tale Søren Kierkegaard, diede una sua definizione del punto zero.

Per farlo in due parole che alla cultura qui siamo allergici un po’ tutti, in un mondo dove la scelta, qualunque essa sia, porta l’uomo inevitabilmente col tempo o al pentimento della scelta fatta o al suo sentire quella scelta limitante rispetto agli zibilioni di scelte presenti, il punto zero è quel momento della vita di un uomo in cui esso si trova immobile.

In cui la sua vita è ferma e non progredisce, non va avanti, in cui la scelta precedente è ormai abbandonata e quella seguente è solo nebbia all’orizzonte e qualunque posizione incerta tu abbia, è pur sempre migliore della sofferenza che potrebbero causarti entrambe le direzioni.

E quindi insomma, eccoci qua.

Eccomi qui, anzi. Da solo, con la mia nuova vita davanti e… la mia vecchia vita lasciata indietro? …Vita?

Chiamereste vita un quarto di secolo meno cinque di amicizie sbagliate, scelte discutibili e disgrazie improvvise, il tutto intervallato da quei pochi attimi di gioia, dati da quelle persone che non scorderai mai solo per il modo in cui se ne sono andate e non per quello che effettivamente hanno lasciato?

Ecco, diciamo che io ci sono circa purtroppo costretto.

Non che sia davvero tutto così tragico ma… se penso alla mia vita a Napoli penso alle camminate infinite a testa bassa, allo shuffle dell’iPod o… alle gare stupide contro me stesso tipo scorgere il maggior numero di coppiette che scopa dietro agli scogli per stimolare le mie perversioni per il puro gusto di cagare il cazzo in giro.

Tutto in solitudine, magari poco prima di vedermi con qualcuno, ma quei momenti che mi rimangono attaccati in testa senza che nessuna forza maligna li deformi sono sempre/spesso in completa solitudine.

La mia vita napoletana, è in sintesi, una successione di tempi morti più o meno tutti uguali, ripetuti ciclicamente. E’ la vita di un operaio, senza il lavoro ad occuparti la testa, fin troppo libera poi di viaggiare ad occhi aperti e immaginare che qualcosa dietro tutto questo disegno ci sia.

E pensi, pensi, tiripensi e ciripensi, e la soluzione più logica che trovi è solo quella di ricominciare tutto. Partire, andare via, lasciare cadere qualsiasi prova di quello che sei stato e ripresentarti in un contesto completamente nuovo.

Cambiare posto.

Ma se il posto non c’entrasse niente? Se questo mio salto nel vuoto fosse tutto inutile? Se non cambiasse davvero nulla?

BOOM. Fermo, immobile.

Semplicemente dal punto zero, ammesso che esista, non ne esci. Non puoi controllare la sorte, Dio, il caso o chi per lui per decidere il tuo passato, e allo stesso tempo non puoi leccarti il dito e agitarlo per aria tentando di intercettare la direzione in cui saresti davvero supposto ad andare.

Ma, come nella maggior parte dei casi e in culo alla scienza logica, è quando smetti di pensare e inizi a sentire che le soluzioni arrivano da sole.

Perchè in effetti, pippe a parte, i punti zero non sono affatto un qualcosa di sporadico. E’ la cazzo di norma.

E il cosiddetto esperto di enigmistica di cui il sig. Søren sembrava avere così bisogno non deve far altro che dargli le istruzioni di “Colora i puntini”.

Certo, una parte del tuo cervello sa benissimo che figura uscirà quando ne guardi uno, abbiamo la facoltà di isolare solo gli spazi col puntino e capire cosa ci sia sotto. Ma di fatto non crei nulla. Di fatto resti il foglio bianco.

Di fatto hai davanti una vita di situazioni che resti in bianco. Ed è solo nel preciso istante in cui prendi una penna e inizi a colorare le zone segnate che tutto prende forma.

Potrai sbagliare un punto, ma se non te ne accorgerai troppo tardi il disegno verrà comunque perfetto, e anzi, avrà quasi quel sapore di unicità addosso. E saprai di aver comunque alla fine avuto ciò che desideravi.

Puoi fare l’ACAB e colorare le parti senza il puntino, perderti in qualunque cosa non lo riguardi direttamente, e il disegno si vedrà ovunque, ma sarà bianco esattamente come quando hai iniziato. E poi sarà troppo tardi per tentare di colorarlo senza che il disegno generale vada a farsi benedire.

Oppure puoi semplicemente…seguirlo. E goderti ciò che vorrà fuori. E nel mentre provare paura, tristezza, rabbia, allegria e alla fine…chissà?

L’importante è seguire i punti. E che essi interessino piccoli triangolini ai lati, o enormi forme non specificate a centro riquadro, semplicemente, non importa.

Punti che decidiamo noi, ma che se non calchiamo resteranno lì a fissarci, mentre siamo tutti presi dall’indovinare il 13 verticale.

Questo ho capito, e con questo spirito ormai aspetto che la capitale mi accolga.

E quando un bel giorno ritroverò quel vecchio numero della Settimana Enigmistica nel comodino, lo aprirò e so che noterò un grande voragine bianca lì, nel centro, ad aspettarmi. Prenderò una penna, darò un paio di morsi al tappo e sfilandolo gli andrò incontro.

E a quel punto, che esca fuori la più magnifica delle cose o la più secca delle merde, non avrà importanza.

Sconfitta l’apatia, tutto può ricominciare.

-Notta.

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