I capelli nero china e un taccuino tra le mani.


(Trattasi unicamente di un raccontino tratto (e romanzato) da un fatto vero, che ho scritto nell’ oretta successiva all’ accaduto.
Non è proprio un nuovo post (a cui sto lavorando) ma mi sembrava carino postarlo comunque!
…Ma se vi piace crederlo, potete prenderlo come il seguito ideale di questo post qui)

Ero in pizzeria. Non la mia solita, a dir la verità.

Un bar vicino casa, di sera adibito a pizzeria, aperto da poche settimane.

Sto aspettando il tizio che prende le ordinazioni, che si rivela tiziA, e dice di conoscermi.

Dopo un po’ la riconosco: veniva nel pullman con il sottoscritto, 2 anni fa, nel ritorno da scuola. Saliva poche fermate più tardi e quando io scendevo lei restava ancora su.

Ammetto che la cosa un po’ mi turba: in due anni ho aggiunto capelli quanto ho sottratto peso, e con il pizzetto ho completato la combo. E’ davvero curioso che mi abbia riconosciuto.

Lei al contrario mi sembra, dai miei ricordi, sempre uguale: lunghi capelli neri, bassina e con un bel viso, tanto che mi son scordato di guardarle le tette. O forse sembra talmente angelica e delicata che semplicemente non mi va di sporcarla con la pura libido.

…Si ok, mi aggrada.

Ordino una pizza e la guardo andare. Non riesco a ricordarmi il culo. Ok, la situazione è grave.

Do’ uno sguardo al locale tutto intorno restando seduto, cerco una tabella dei turni. O forse è meglio dire che cerco una scusa per rivederla.

Anche vero che sono l’unico cliente e potrei parlare ora con una qualsiasi scusa, ma no.

Purtroppo sono abbastanza consapevole di tutto ciò che faccio. Per uno cresciuto a latte e paranoia è quasi impossibile lanciarsi in una conversazione senza una scusa pronta per eventuali figure barbine. E di solito, niente ti scusa meglio dell’ alcol. La richiamo e aggiungo una birra al mio ordine.

Non che questo migliori la situazione. Ora come ora non mi fido neanche dell’ alcol stesso, e continuo a guardarmi in giro alla ricerca della tabella. Lei mi sorride da poco lontano, ricambio e smetto di girare gli occhi per la stanza. Nulla.

Non che sia poi questo grande problema, penso. Mi è vicino casa dopotutto. Posso passare ogni giorno ad orari diversi, e capire i suoi turni a errori e tentativi, se non mi arrestano prima.

Ed è anche un bar dopotutto, penso ancora. Potrei offrirle da bere e unire l’utile al dilettevole. Sempre che lei possa accettare. Magari le commesse non possono bere in servizio, come i piloti d’aereo o i poliziotti. Dopotutto anche loro portano una divisa, perchè dovrebbero esserne esenti?

Mentre l’ansia porta la mia mente a associazioni ancor più folli, la pizza arriva. Mangio lento, taglio in più fette e ad ogni fetta mi concedo il lusso di darle un’ occhiata.

…Si ok, è carina.

Sia ben chiaro, non è che la amo, vorrei baciarla o ste cazzate qui, sento solo il bisogno di avere nella mia vita una creatura così, anche solo per parlare del nulla. Sentire come suonano tutte le parole del vocabolario pronunciate da lei. Ha anche una bella voce dopotutto.

E forse strano? Si ma… magari domani mi passa. O forse no.

Nel caso avrei grandi progetti per il mio futuro da alcolista deluso dalla vita, forse anche di più di quelli da realizzato padre di famiglia. E forse questo è un attimino più preoccupante.

Ultima fetta, ultimo sguardo, ultima banconota dal portafogli, da cui fuoriescono le stesse mosche che iniziano a ronzarmi nella testa mentre penso a qualcosa da dirgli per attaccare bottone. Alcol, mi tradisci ancora.

Ma il tempo è ormai scaduto. Saluto ed esco, a testa bassa.

Di sfuggita, scorgo il fattorino delle pizze arrivare. Mi spintona, si avvicina a lei, la bacia.

Bene. Come dovrei sentirmi, secondo voi?

Vi dico la verità, non troppo male. Ho la consapevolezza che mi accadrà di sentire tutto ciò ancora, ed ancora, ed ancora, ed ancora…

E forse, un giorno, la pizza arriverà in ritardo.

-Notta.

 

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